Sapito in Polinesia: isole Marchesi (2)

… e dopo una settimana passata in semiclandestinità nella incantevole e selvaggia Fatu-Hiva, prima isola incontrata dopo la lunga traversata del Pacifico, abbiamo dovuto muoverci verso le successive isole, in quanto non era stato fino ad allora possibile espletare le pratiche burocratiche e doganali per l’entrata nella Polinesia Francese. Questa scelta è piuttosto comune, tanto che quasi tutti gli equipaggi in arrivo dalla traversata si comportano come noi, e la cosa è tollerata dalle autorità locali, essendo Fatu-Hiva più sopra vento e perciò difficilmente raggiungibile in un secondo momento dalle altre isole.
Cosicché, dopo la visita subita da parte della Gendarmeria nella Baia delle Vergini, che ci intimava a raggiungere i loro uffici di Hiva-Oa entro la domenica successiva, abbiamo spiegato le vele verso nord, raggiungendo la bella isola dopo una cinquantina di miglia.

Anche questa, come un po’ tutte le altre visitate successivamente, si è rivelata un’isola con una natura molto rigogliosa e incontaminata, anche se più popolata e civilizzata della precedente. Qui è stato possibile approvvigionare la cambusa in negozi abbastanza riforniti.
Interessante la visita al cimitero di Atuona, con le tombe del pittore Paul Gauguin e del cantautore belga Jacques Brel.

Spettacolare inoltre il giro dell’isola in fuoristrada, con scenari da cartolina ed una natura che la fa da assoluta protagonista. Frequenti le fermate per raccogliere da terra e dagli alberi consistenti quantità di frutta da mangiare sul posto e da riportare in barca: interi caschi di banane, sacchi riempiti di manghi, guayave, pompelmi, hanno contribuito non poco all’alimentazione dei giorni successivi.

Interessanti poi i siti archeologici dell’isola, considerati i più importanti di tutta la Polinesia per i grandi Tiki, sculture umanoidi in roccia rappresentanti le antiche divinità Maohi.

Da qui siamo poi stati all’isola di Tahuata, con le sue fantastiche baie dall’acqua cristallina, piene di squali e mante. Sicuramente l’isola più bella da noi visitata alle Marchesi per ciò che attiene il mare e la possibilità di balneazione, proprio per la trasparenza e la pescosità delle sue acque. Abbiamo visto finora ben pochi posti in cui si possa fare snorkeling attorniati da mante come in questo mare.

Da Tahuata, poi, con direzione nord-ovest, siamo arrivati dopo una settantina di miglia alla spettacolare Ua-Pou. Per dimensioni terza isola dell’arcipelago, caratterizzata da un profilo estremamente accidentato, con altissime guglie che spesso si nascondono tra le nubi.
Anche qui l’accoglienza da parte della popolazione locale è stata incredibilmente gentile e generosa, tanto che abbiamo visitato gratuitamente in fuoristrada, accompagnati da un locale, parte dell’isola, con sosta in un suo terreno privato per l’ennesima miracolosa raccolta di frutta.

Da Hua-Pou ci siamo poi trasferiti a Taiohae, capitale delle Marchesi, sull’isola di Nuku Hiva, la più grande dell’intero arcipelago.
Bellissima la settimana passata a fare il giro dell’isola, con sosta ogni giorno in baie stupende, culminato nella incantevole Baia d’Anaho, unica dotata di barriera corallina.
Qui purtroppo la natura si è rivelata beffarda nei nostri confronti, e nonostante le molte cautele fin qui avute, abbiamo contratto una temibile e molto fastidiosa malattia che si chiama Chiguatera. Una sera, infatti, abbiamo organizzato a bordo del Sapito una cena con amici francesi ed olandesi, cosa d’altro canto molto frequente sul nostro catamarano.
La cara amica Bernadette ha portato delle grandi conchiglie, dette Troca, raccolte in loco rassicurandoci sulla salubrità delle stesse, dopo aver interpellato dei pescatori locali. E ciò, aggiunto alle nostre conoscenze che escludevano tassativamente la possibilità di contrarre la suddetta malattia da molluschi o da crostacei, ci ha definitivamente convinti ad assaggiare il piccolo antipasto che ne era derivato: notte in bianco sulle tre barche alla fonda, con gli equipaggi intenti a disputarsi i pochi posti a sedere…nei bagni.
La cosa ha avuto parecchi strascichi, che hanno portato per i più fortunati ad una notte di ricovero presso il locale ospedale, per alcuni ben più lunghi ricoveri tra la Polinesia e l’Italia.
Tutto sommato possiamo dire che ci sia andata bene, vista la pericolosità di questa malattia che porta alla morte dell’uno per cento di coloro che la contraggono, causando anche grossi scompensi cardiaci.
Per noi si è trattato più che altro di convivere quotidianamente, per un periodo lungo fino a sei mesi, con i fastidiosi effetti che la neurotossina da noi ingurgitata crea: stanchezza, gran prurito concentrato in alcune zone del corpo, scosse elettriche al contatto delle mani e dei piedi con acqua ed altri liquidi, inversione o accentuazione delle sensazioni termiche, con mani e piedi che scottano o che sembrano freddissimi, a seconda del caso.
Un ulteriore disagio che abbiamo dovuto sopportare, soprattutto vista la carenza di cibi alternativi durante la permanenza in barca, è stato il divieto di cibarsi per vari mesi di alimenti proteici, soprattutto di origine animale: quindi niente pesce, carne, uova e pochi formaggi e legumi.

Dopo i primi difficili giorni da malati, l’equipaggio, persi due elementi importanti, a fine giugno ha dovuto farsi forza ed affrontare le oltre cinquecento miglia di mare per l’isola di Fakarava, alle isole Tuamotu, dove lo attendevano impegni improrogabili presi parecchio tempo prima. Ci ritroveremo nei bellissimi atolli delle Tuamotu!

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Sapito in Polinesia: isole Marchesi (1) – Fatu-Hiva

…e sistemata la cambusa e rifornito di carburante, Sapito è partito dalle Galapagos – Puerto Ayora, sull’isola Santa Cruz, apprestandosi a percorrere le oltre tremila miglia che lo separavano dalle isole Marchesi, nella Polinesia Francese.
Dopo un giorno di motore verso sud, necessario per uscire quanto prima dalle calme equatoriali, abbiamo raggiunto un aliseo abbastanza costante ad una latitudine di circa 5* sud; la navigazione si è svolta regolarmente quasi solamente a vela, con ampio uso dello spi asimmetrico e parzialmente del gennaker, registrando medie di tutto rispetto.

La percorrenza media giornaliera è stata infatti di 142 miglia, con una punta massima di 167.
Velocità massima, registrata in planata sull’onda, sotto spi asimmetrico, 14,3 nodi, non male per una barca di soli 11,5 metri, carica come il Sapito, che in assetto di crociera pesa tra le 11,5 e le 12 tonnellate.

Da registrare durante tutta la crociera una notevole quantità di abboccate alle nostre esche a traina, con un record di tre catture di lampughe contemporaneamente. Vari anche i tonni ed i wahoo portati a bordo, per la delizia del cuoco e del suo equipaggio.

Molto emozionante l’avvistamento dell’isola di Fatu-Hiva dopo oltre 21 giorni di navigazione e 3020 miglia percorse, nonostante la poca visibilità causa un forte piovasco.

Addirittura commovente l’arrivo alla Baia delle Vergini, meta agognata di molti navigatori e punto di raccolta di coloro che hanno come noi appena attraversato il Pacifico.

La bellezza di questo posto ci ha immediatamente stregati, forse anche al di sopra delle nostre aspettative, con una natura che dire rigogliosa è dir poco ed una popolazione ospitale e amichevole come mai ci era capitato nella vita.
A Fatu-Hiva ci siamo riconciliati con una vita primordiale, immersa nella natura. Tutto trabocca di ritmi blandi e clima mite, e la gente che vi vive non deve far altro che approvvigionarsi gratuitamente nel grande emporio che l’isola rappresenta. Basta cogliere la frutta dagli alberi (se non addirittura da terra), andare a caccia dei maiali e delle capre selvatiche di cui l’isola è piena, o andare a pesca dei grandi pesci di cui il mare è ricolmo. Il tutto in un atmosfera di serenità ed amicizia che riporta ad una pace interiore ben difficile da ritrovare nella nostra pur amata Europa.
Per assaggiare le specialità locali basta individuare una qualche simpatica famiglia, che preparerà, in un forno scavato sottoterra, ricette molto semplici, ma succulente. Il tutto servito nella loro abitazione, senza alcun fronzolo.

Qui il tempo sembra essersi fermato, con la pratica del baratto ancora gradita ai locali, nonostante ci sia la sensazione ormai che il giocattolo sia sul punto di rompersi, con la forza prorompente che il dio denaro esercita anche sulle popolazioni meno succubi del consumismo.
Comunque la natura la fa da padrona, con la frutta che cadendo dagli alberi rischia di colpire chi dovesse passarvi sotto.
Oltre agli immancabili cocchi, qui spiccano gli incredibilmente grossi e dolci pompelmi, i limoni e le arance, i boschi di mango, gli alberi di papaya, guajava, carambola, frutto della passione, oltre ad una sequela di frutti a noi sconosciuti, ma non per questo meno saporiti.

È con grande dispiacere che ci siamo accomiatati da questa stupenda isoletta, ben consci del fatto che sarà molto improbabile un nostro ritorno qui, vista la notevole difficoltà di collegamento che caratterizza questo posto, mancando anche un aeroporto.
L’unica sarebbe tornarci in barca a vela, in un eventuale altro giro del mondo…

Sapito alle Galapagos

… e dopo una settimana di navigazione in Pacifico, Sapito a fine aprile arriva a Puerto Baquerizo Moreno, sull’isola di San Cristobal, alle Galapagos.

Ci ancoriamo in rada, ed attendiamo di espletare il lungo e costoso iter burocratico per regolarizzare la nostra posizione qui in Equador.
Subito le cose prendono una buona piega, con il piacevole incontro con Enrico Tettamanti, espertissimo navigatore skipper del Plum, stupendo Solaris di 72 piedi.

Nel pomeriggio si avvicendano a bordo le varie autorità locali per i controlli di rito, atti al rilascio dei permessi di ingresso: in totale sono nove le diverse visite che subiamo, con più o meno accurate ispezioni da parte della polizia, della capitaneria di porto, della quarantena, dei funzionari del parco naturale delle Galapagos, il tutto sotto il controllo dell’agente segnalatoci da Enrico, a cui abbiamo dovuto obbligatoriamente appoggiarci.
Lo “scherzo” ci dovrebbe costare un migliaio di dollari, e già la cosa ci urta non poco, se poi a questo aggiungiamo la visita finale da parte della capitaneria di porto che ci consegna una lettera del nuovo comandante, che ci intima a lasciare l’arcipelago entro sei ore, poiché ci manca l’Autografo, un documento da richiedere con qualche mese di anticipo in terraferma, si capisce il livello di antipatia che raggiungiamo per questi posti…
Peccato che la prassi corrente voglia che si dia ospitalità anche alle barche senza detto documento, come dimostrato dalle innumerevoli imbarcazioni all’ancora che ne sono sprovviste.
Da notare inoltre che dover lasciare un posto senza poter approvvigionare la cambusa nè fare adeguate scorte di carburante, in vista della traversata più lunga (oltre 3000 miglia) nel programma del giro del mondo, non è cosa proprio simpatica.
Facciamo così di tutto per allungare la nostra permanenza in porto e riusciamo a restare in totale due giorni.
Poi simuliamo la partenza per le isole Marchesi, ma in realtà ci trasferiamo all’isola di Santa Cruz, a 45 miglia.
Bella nel trasferimento la cattura di un tonno pinne gialle di una ventina di chili.

Arrivati a Puerto Ayora, con la complicità della locale Capitaneria di Porto, riusciamo a rimanere per quasi una settimana nella semi clandestinità, soprattutto grazie ai consigli ed ai contatti di Enrico Tettamanti, e quindi a completare i necessari rifornimenti e ad effettuare qualche piacevole visita a terra.
Avvistiamo varie otarie, di cui spesso dobbiamo subire invadenti visite a bordo, vediamo molti uccelli marini (sule, pellicani), oltre alle monumentali tartarughe terrestri ed agli iguana sempre sdraiati al sole.

Alla fine quella che era nata come una grande sfortuna (solo noi ed un equipaggio americano avevamo subito questo ingiusto trattamento, poi le autorità locali sono tornate alla prassi normale di accogliere tutte le barche), è risultata un bel risparmio per le nostre casse, avendo permesso di risparmiare almeno cinquecento dollari di tasse locali.

Nel complesso le isole da noi visitate sono risultate caratterizzate sì da una natura selvaggia, piuttosto tutelata e protetta, con animali spesso allo stato libero, ma alla fine non così fantastiche come ci si poteva aspettare dalle varie letture e testimonianze, visti anche i costi esorbitanti che bisogna affrontare per recarcisi, tanto in barca quanto in aereo: qui qualsiasi attività si voglia svolgere, perfino un semplice snorkeling, ha costi tali che a nostro modesto avviso ne fanno perdere in buona parte di interesse, tanto più se si fa un confronto con molti dei posti raggiunti durante il nostro viaggio, spesso addirittura più interessanti, e sempre più a buon mercato.
Prossima tappa la lunga traversata del Pacifico, con meta le isole Marchesi, primo arcipelago della Polinesia Francese che visiteremo.